In pagine spoglie di orpelli ma ricche di urti, fragori e dignità, tra memorie familiari e ritratti di un patrimonio sociale in gran parte perduto, brillano istanze di autonomia emotiva prive di pietismi o compiacimenti. Sullo sfondo di tempi e luoghi memorabili Di Fonzo racconta, fresca e a tratti beffarda, come attraversare le ombre sia l’unica maniera per imparare ad amare davvero la luce.
«Appena Luigino Picciafoco si era affermato come grande firma nell’industria dei cappelli di paglia, aveva capito che il suo cognome non giovava alla vetrina; al contrario, alimentava sorrisi e ironie, e il diminutivo nel nome di battesimo non era d’aiuto. Aveva quindi chiamato la società con un acronimo, e lasciava che fosse la moglie a trattare con i fornitori e i clienti, al punto da figurare lei la amministratrice di una azienda diventata, dall’alba del Novecento ai roaring twenties, un marchio affermato nel mondo. La donna metteva il volto e l’abilità acquisita, l’uomo le idee e i capitali, entrambi l’entusiasmo e la passione per una attività ormai ragione di vita, simbolo di una monarchia familiare priva di corone. Luigino amava le figlie Nina e Agata, il minore Francesco e il primogenito Alberto, che mille volte aveva immaginato quale principe ereditario della dinastia. Anche per questo, quando quest’ultimo aveva deciso di prendere i voti e di farsi frate francescano, al vecchio era venuto un mezzo colpo».
Anna Di Fonzo è nata in Puglia, il primo giorno di febbraio del 2010, data palindroma come il nome di battesimo, per chi ama guardare il mondo da più prospettive. Frequenta il Liceo Classico Publio Virgilio Marone di Gioia del Colle, appassionata di fotografia, lettering e ricamo, firma articoli sul settimanale locale ed è alla prima esperienza narrativa. La scrittura, per lei, è uno spazio di esplorazione e scoperta: un modo per fare domande, raccontare emozioni e dare voce alla sua generazione.

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