Interventi, spunti, anteprime

 

Prima della ossessiva rincorsa al controllo e alla sanzione occorre una ragionata, ma naturale saggezza. Parola impegnativa. Quella che si nutre di un senso comune irrorato da acque piene di portato di rocce e fiumi, e monti, e cristalline risate come quelle dei ragazzi e dei bambini quando si misurano con il gioco. Quello che seriamente è un archetipo del mettersi ad agire le regole senza annullare la fantasia e la immaginazione.

Sapienza = Sapere le cose. Ma a che vale sapere le cose se non sappiamo quando usarlo e perché, questo sapere? E così ritorniamo punto e a capo verso la saggezza. Una forma di sapere e sapere essere nel mondo. Non un mondo astratto: questo, di mondo. Con le sue incertezze, le solitudini, le accelerazioni, le innovazioni e le crisi. Che ci costringono, come ogni crisi – quelle vere, non quelle narrate per legittimare le politiche di reazione alle crisi –, a prendere decisioni. O meglio, una sola decisione. Dove andare, e in che direzione? Basterebbe un dispositivo ottimizzatore. Metti nella equazione qual è la strada più corta per arrivare nel posto dove si sta meglio. Ed è fatta. Ma così non funziona. Cosa ottimizzare? L’adesso, il poi o il prima? Il mio, il tuo o il vostro? E che fare del loro? Come scegliere, se le cose si trasformano così in fretta che mentre appronti la bussola sono già cambiate le coordinate?
Occorre un metodo. Il metodo ci assicura che qualunque posizione avremo, qualunque fragilità, situazione o capacità, le regole che varranno per noi varranno anche per gli altri. Occorre il metodo della scuola. Avete provato a chiederlo a chi la scuola la vive? I bambini hanno una visione molto chiara di ciò che è necessario; ancor più gli adolescenti. Sono refrattari alla riduzione delle capacità nella metrica della misurazione di un sapere conseguito rispetto al quantum di sapere precipitato nei manuali ormai desueti, resistenti alle forme della tradizione/erogazione dello scibile («io sto seduto e tu mi racconti ciò che devo sapere») capaci di governare la attenzione – vero gap del XXI secolo – verso contenuti che sono costruiti con narrative tali da generare un significato passato. Sono, invece, impegnati appieno quando si chiede loro di esercitare con serietà il gioco più importante della vita: agire, esserci. Nella storia, nelle scienze, nella letteratura, nella matematica, nelle arti, che rappresentano la fortuna, il conforto e la salvezza. Agire. Niente Rousseau, buon selvaggio; né il reazionario, né peggio ancora il classista con lo sguardo iniettato di boria e la presunzione di guardare tutti da una certa altezza. Niente di tutto ciò; semmai, uno spazio di progettazione diffusa del futuro ancorando la progettazione alle conoscenze. Quello è il sapere autentico. Non la mera accumulazione di notizie, di informazioni, di dati. Entriamo allora in questa scuola di un domani che potrebbe e dovrebbe farsi oggi; una scuola che avrà lo spazio di una città in cui si trova posto per l’ambiente, per lo sport e la salute, per la fantasia, per le attività sociali. Nulla è più importante di questo quintetto. Da quei cinque punti può cominciare davvero il percorso di pensiero critico, di studio, e quindi di avanzamento evolutivo con i giovani. Le fonti di auctoritas, in quella realtà, dovranno confrontarsi a parità di livello e portare la loro testimonianza fino ad essere, ora sì, utili anziché sterili parolai, presenzialisti a scopo di vetrina.

Grazie a quelle basi, imparare il ciclo dell’acqua può diventare un laboratorio permanente sulla progettualità degli accessi idrici nella città o nel quartiere. Una ricerca. E poi uno studio. E una conoscenza di come reperire e dove trovare le fonti corrette; quelle vere, attendibili, in un mondo che continua a produrne di fittizie, di edulcorate, di accomodate secondo il bisogno, o del tutto fake.
Grazie a quelle basi, la “noiosissima” Divina Commedia diventerà un percorso su come si stabiliscono le appropriate sanzioni per meriti e demeriti, mediante il fascino e la legittimità della finzione letteraria. Il purgatorio non sarà (più) la lettura delle terzine del Vate, ma una forma di incontro e lavoro di gruppo sulla deduzione, sulle allusioni, sulle figure retoriche tradotte in esempi nella quotidianità. Una officina del ragionamento«Rendiamo le scuole delle cittadelle», come le definiva l’autore del Piccolo Principe, che aveva il senso di cosa è avere cura. Rendiamole luoghi dove è ameno restare, presidi di costruzione del sé e del civismo. E non la parola chiave dei pinguini che si riempiono la bocca con quelle di moda, siano esse la marchetta del green, del sostenibile, del pluralismo, di tutte le fanfaronate che la fabbrica dello slogan inventa e poi abbraccia, costringendo ad abbracciare. No, facciamo delle scuole fucine di un solido metodo, nel quale responsabilità e decisione pro-gioventù si incontrano, invece di parlare lingue differenti su frequenze altrettanto differenti. Evitiamo i proclami velleitari, meglio un silenzioso operare distante dalle tribune e dai miasmi di una politica che ovunque tocca rovina, depaupera, corrompe. Al posto di stigmatizzare il fatto che i ragazzi sono tanto diversi dai nostri – antichi, o comunque passati – modelli, chiariamogli che il timone del futuro dovranno prenderlo loro, dandogli però i mezzi, le conoscenze e la fiducia, non solo una serie di norme, formule e prescrizioni destinate a rimanere fatuità. Serve che l’istituzione decida dietro suggerimento di chi ha coscienza, e con la suddetta le si rivolge, per chiedere di smetterla di rimodellare la galassia dell’istruzione per ritocchi e rammendi, tramutandola finalmente in una fucina formativa di evoluzione. 

 

Daniela Piana